Periodo di comporto e Licenziamento: una nuova sentenza

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Periodo di comporto e Licenziamento: nel computo vanno escluse le assenze per positività al Sars-Cov-2

Cari lettori, oggi vi porto un approfondimento sulla sentenza della Corte di Cassazione n. 12272 del 9 maggio 2025. Questa decisione chiarisce come le assenze per isolamento da Covid-19 non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto, anche se il datore di lavoro non conosce la causa dell’assenza. Scopriamo insieme i dettagli, le implicazioni e il contesto normativo, con un’analisi pensata per chi cerca risposte chiare e pratiche.

Cos’è il periodo di comporto e perché è importante?

Prima di entrare nel cuore della sentenza, è utile chiarire cosa si intende per periodo di comporto. Questo termine indica il lasso di tempo massimo durante il quale un lavoratore può assentarsi dal lavoro per malattia senza rischiare il licenziamento.

La durata di questo periodo è generalmente stabilita dai contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) applicati al rapporto lavorativo e può variare in base alla categoria professionale o all’anzianità del dipendente. Superato tale periodo, il datore di lavoro ha la facoltà di recedere dal contratto, licenziando il lavoratore per giustificato motivo oggettivo.

Durante l’emergenza pandemica, però, sono state introdotte normative speciali per tutelare i lavoratori colpiti dal Covid-19, e proprio su queste si fonda la sentenza in esame.

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Periodo di comporto e normativa emergenziale

Per comprendere appieno la decisione della Cassazione, dobbiamo partire dalla normativa emergenziale che ha regolato le assenze per Covid-19. L’articolo 26, comma 1, del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020 (convertito nella Legge n. 27/2020), noto come “Decreto Cura Italia”, ha stabilito che, fino al 31 dicembre 2021, i periodi di isolamento domiciliare obbligatorio o di quarantena con sorveglianza attiva per positività al Covid-19 non devono essere computati ai fini del periodo di comporto per i lavoratori dipendenti del settore privato. Questa disposizione è stata introdotta per proteggere i lavoratori da eventuali conseguenze negative derivanti da una situazione eccezionale e imprevedibile come la pandemia, evitando che le assenze legate al virus potessero contribuire al superamento del limite di comporto e, di conseguenza, al licenziamento.

Il caso: errato computo periodo di comporto

Passiamo ora al caso specifico affrontato dalla Corte di Cassazione: un lavoratore dipendente è stato licenziato dal proprio datore di lavoro per aver superato il periodo di comporto. Il dipendente, però, ha impugnato il licenziamento davanti al giudice, sostenendo che nel calcolo del periodo di comporto erano stati erroneamente inclusi anche i giorni di assenza dovuti a isolamento obbligatorio per positività al Covid-19.

Le decisioni dei giudici di merito

La Corte d’Appello, in un primo momento, ha rigettato la richiesta del lavoratore, basandosi sul fatto che questi non aveva comunicato al datore di lavoro, prima dell’avvio del giudizio, la causa specifica della sua assenza, ossia la contrazione del virus. Secondo i giudici di secondo grado, questa omissione violava il principio di buona fede, giustificando così la decisione del datore di lavoro di procedere con il licenziamento.

Il lavoratore, non accettando questa pronuncia, ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando la violazione dell’art. 26, comma 1, del Decreto Legge n. 18/2020 e sostenendo che i giorni di isolamento per Covid-19 non avrebbero dovuto essere conteggiati, indipendentemente dalla comunicazione o meno della causa dell’assenza al datore di lavoro.

La decisione della Cassazione: periodo di comporto e assenze per Covid-19

Con la sentenza n. 12272 del 9 maggio 2025, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del lavoratore, ribaltando la decisione della Corte d’Appello e cassando la sentenza impugnata con rinvio a una nuova composizione della Corte territoriale. Vediamo nel dettaglio i punti chiave della pronuncia.

1. L’esclusione oggettiva delle assenze per Covid-19 dal comporto

La Cassazione ha ribadito che, in base all’art. 26, comma 1, del Decreto Legge n. 18/2020, i giorni di assenza per isolamento obbligatorio dovuto a positività al Covid-19 non devono essere computati nel periodo di comporto. Questo divieto opera in modo oggettivo, ossia indipendentemente da qualsiasi altra condizione o circostanza. La norma, secondo i giudici di legittimità, non prevede eccezioni e ha l’obiettivo di tutelare il lavoratore in una situazione di emergenza sanitaria straordinaria.

2. Irrilevanza della conoscenza della causa da parte del datore di lavoro

Uno degli aspetti più significativi della sentenza è la chiarificazione che l’esclusione delle assenze per Covid-19 dal comporto non è subordinata alla previa comunicazione della causa dell’assenza al datore di lavoro, né alla sua effettiva conoscenza di tale causa. La Corte d’Appello aveva ritenuto che l’omissione di questa comunicazione da parte del lavoratore giustificasse il licenziamento, ma la Cassazione ha respinto questa interpretazione, sottolineando che la normativa non prevede un simile requisito. Introdurre una condizione di questo tipo, secondo i giudici, significherebbe aggiungere un obbligo non contemplato dalla legge, alterandone il significato e lo scopo.

3. Il bilanciamento degli interessi in gioco

La Cassazione ha evidenziato che la normativa emergenziale riflette un bilanciamento tra gli interessi del datore di lavoro e quelli del lavoratore, dando prevalenza alla tutela di quest’ultimo in un contesto eccezionale come quello pandemico. L’assenza dal lavoro, in questo caso, assume una connotazione oggettiva, e la sua computabilità o meno nel periodo di comporto non può dipendere da elementi esterni come la percezione o la conoscenza del datore di lavoro.

4. Conseguenze della pronuncia

Accogliendo il ricorso, la Corte ha cassato la sentenza della Corte d’Appello e ha rinviato la causa a una nuova composizione dello stesso organo giudiziario per un riesame conforme ai principi enunciati. Questo significa che la Corte d’Appello dovrà rivalutare il caso, escludendo dal calcolo del comporto i giorni di isolamento per Covid-19, indipendentemente dalla comunicazione della causa dell’assenza.

Implicazioni per lavoratori e datori di lavoro

Questa pronuncia ha un impatto significativo sia per i lavoratori che per i datori di lavoro, soprattutto in relazione a controversie simili che potrebbero essere ancora pendenti o future, qualora si applichino normative analoghe.

Vediamo alcune conseguenze pratiche:

  • Tutela rafforzata per i lavoratori: La sentenza conferma che i periodi di isolamento per Covid-19, regolati dalla normativa emergenziale, non possono in alcun modo contribuire al superamento del periodo di comporto. Questo offre una protezione importante ai dipendenti che, durante la pandemia, si sono trovati a dover affrontare assenze prolungate per motivi legati al virus.
  • Irrilevanza della comunicazione: Il fatto che il datore di lavoro non sia stato informato della causa specifica dell’assenza non incide sull’applicazione della norma. Questo principio potrebbe sollevare interrogativi sulla gestione delle comunicazioni tra dipendente e datore di lavoro, ma la Cassazione ha chiarito che tale aspetto non può pregiudicare il diritto del lavoratore allo scomputo delle assenze.

Orientamento per i giudici di merito: La decisione della Cassazione rappresenta un precedente importante per i tribunali di grado inferiore, che dovranno uniformarsi a questo principio in casi analoghi. La natura oggettiva del divieto di computo delle assenze per Covid-19 diventa così un criterio interpretativo vincolante.

Conclusioni: una tutela rafforzata

La sentenza n. 12272 del 9 maggio 2025 della Corte di Cassazione segna un punto fermo nella tutela dei lavoratori durante l’emergenza Covid-19, chiarendo che le assenze per isolamento obbligatorio non possono essere conteggiate nel periodo di comporto, anche se il datore di lavoro non era a conoscenza della causa specifica di tali assenze.

Questo pronunciamento non solo riafferma il carattere protettivo della normativa emergenziale, ma sottolinea anche l’importanza di un’interpretazione letterale e oggettiva delle disposizioni di legge, senza aggiungere requisiti non previsti.

Per i lavoratori, questa decisione rappresenta una garanzia di giustizia in un periodo storico di grande difficoltà; per i datori di lavoro, invece, è un monito a prestare attenzione al rispetto delle norme speciali introdotte durante la pandemia, anche in assenza di comunicazioni esplicite da parte dei dipendenti. Resta fondamentale, in ogni caso, un dialogo trasparente tra le parti per evitare controversie e malintesi, pur nel rispetto dei principi giuridici stabiliti dalla Cassazione.

Se avete dubbi o situazioni personali legate a questo tema, vi invito a confrontarvi con un consulente del lavoro o un avvocato specializzato per una valutazione specifica del vostro caso. La normativa e la giurisprudenza, come abbiamo visto, possono fare la differenza in questioni delicate come il licenziamento per superamento del comporto.

Marco Campesato - Consulente del Lavoro a Vicenza
Marco Campesato: esperto di diritto del lavoro e della previdenza sociale

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